Famiglia tradizionale

Ieri è stata proprio una bella manifestazione. Forse non più popolata ma certamente più matura di quella, ormai leggendaria, del 2007; allora la primaticcia giovinezza organizzativa aveva indotto a qualche esuberanza colma di letizia ma impropria, e ricordo con perplesso stupore il plaudente, estatico giubilo dei pii neo catecumenali  al palesarsi del Grande Puttaniere d’Italia e i fischi rivolti all’evocare la sola ombra di Romano Prodi, uomo che avrà pur avuto i suoi difetti ma la cui condotta familiare appare ortodossa fino alla noia allo stesso suo confessore. Ieri non era così, e la gioiosa maturità della piazza era commisurata alla gravità della minaccia, non più i pur modesti DICO, ma l’indicibile scandalo delle unioni civili. Tra i molti segni della raggiunta maturità, ho in particolare apprezzato la finezza con cui si evita di insistere sulla difesa della famiglia naturale  per convogliare le forze sulla famiglia tradizionale. Qualche referente di buoni studi deve aver messo sull’avviso i movimenti di base sull’incresciosa evidenza con cui l’antropologia, scienza ammessa, stigmatizza la famiglia allo stato di natura come una disdicevole commistione di promiscuità e violenza. La famiglia tradizionale è un’altra cosa, la tradizione è un riferimento solido e inequivoco. E dunque non c’è più ragione di definire il Family Day come un incontro di comunità naturaliste, equivocabili, bensì tradizionaliste, che si intendono con chiara semplicità. Comunità, gruppi, associazioni, individui per la gran parte di ferma fede cattolica, ma non solo. Non conservatori, come sono storicamente i naturalisti, ma reazionari, come lo sono i tradizionalisti. Il Family Day è la più spettacolare manifestazione dello spirito reazionario nella contemporaneità. Uno spirito reazionario attivo e creativo, perennemente presente nel pubblico, che sia la pubblica piazza o il Parlamento della Repubblica, vigile e tempestivo nel suo agire avverso a chi e a cosa attenti alla tradizione. Gli attentatori della tradizione sono la cultura, la politica, l’amministrazione progressive, gli avversari dei reazionari sono i progressisti. Qualora si trovi a confrontarsi con un soverchiante ordine progressista delle cose pubbliche, storicamente il reazionario manifesta un’indole schiettamente eversiva, ed essendo la democrazia per sua stessa natura progressiva, il reazionario trova intollerabile il suo praticarsi nell’irriverenza della tradizione e nel sovvertimento dell’antico, e dunque  a parer suo natirale, ordine delle cose. Con questo voglio dire che ieri al Circo Massimo si è svolto un raduno eversivo? No, è stata solo una grande manifestazione dello spirito tradizionalista e reazionario del Paese. Del resto la materia della democrazia, la sua natura progressiva, si è oggi fatta talmente molle e cedevole che una eventuale pulsione eversiva non avrebbe ragione di essere. Piuttosto la manifestazione di ieri può porre un’altra evenienza all’attenzione di eventuali progressisti ancora presenti sul territorio nazionale. E cioè, si è forse notato che lo spirito progressivo è da un congruo lasso di tempo assente in modo significativo dalle pubbliche piazze in cui si è nel corso della storia espresso e formato come movimento di massa, come espressione di una tensione popolare, persino generale, al progresso? E avendolo nel caso notato, c’è forse qualche considerazione da fare al riguardo? Lo chiedo. Sarà mica perché, avendo finalmente raggiunto il potere, i progressisti non hanno da esercitare lo spirito progressivo se non nei luoghi del potere? È questo un Paese finalmente compiutamente progressista? Lo chiedo. L’ultimo grande e pubblico incontro dei progressisti si è svolto, che mi ricordi, un bel po’ di tempo addietro, quattordici anni or sono proprio al Circo Massimo e con una consistenza di popolo assai maggiore di quella di ieri. Promotore fu un sindacato, animatore il suo segretario Sergio Cofferati, fu a detta dei cronisti una delle più grandi manifestazioni popolari del dopoguerra, il suo intento indiscutibilmente progressivo, la difesa dei diritti dei lavoratori, e difendendo i loro diritti difendere lo spirito della democrazia. Io c’ero. Fu in effetti molto emozionante, ma alla fine del discorso dell’uomo che quel giorno appariva come l’immagine, l’incarnazione stessa di una generale aspettativa di progresso, rimasi sconcertato dalla sensazione di non aver ascoltato nulla che potesse giustificare quell’aspettativa, che potesse raccoglierla e  indirizzarla, ma solo una sorta di quieto appagamento dell’accaduto. E infatti di lì in poi a conseguenza dell’accaduto il 23 marzo 2002 al Circo Massimo non successe nulla di nulla, se non quello che sappiamo e vediamo. Fu l’ultimo valzer? Chiedo.

Il Secolo XIX, 31 gennaio 2016