
Nel 1990 ho ceduto alla Casa Editrice Feltrinelli i diritti per la pubblicazione di un testo che, con il titolo “Vi ho già tutti sognato una volta”, risulta essere la mia seconda opera pubblicata dopo Màuri Màuri. La fortuna di questo libro, il cui titolo Franco Fortini giudicò “sciaguratissimo”...
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Zafferano... Quali sono i colori della tavolozza di Genova, quali i suoi profumi? La guida d'eccezione, in modo magico e concreto al contempo, è Maurizio Maggiani....
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Per questa domenica avrei voluto raccontare dei paesi di Pignone e di Casale, di quei due piccoli borghi dove la televisione non è arrivata con le sue spettacolari immagini di catastrofe a indurre negli spettatori globali i sentimenti più nobili e le più esaltanti generosità. Paesi troppo poco famosi e non abbastanza fotogenici, paesi patrimonio solo delle loro piccole comunità e non dell’umanità intera; paesi senza uno straccio di senatore o anche solo un presidente di qualcosa che li benefichi delle attenzioni e delle cure speciali dello stato. Paesi che non se li fila nessuno, e che pure hanno vissuto la loro tragedia come e più di quelli a cui tutti vogliono bene nel mondo. Avrei voluto raccontare di come l’alluvione si è abbattuta su di loro senza pietà anche se non si sono mai macchiati di gravi peccati contro la loro terra. Paesi che si sono rifiutati alle speculazioni di un turismo aggressivo, paesi il cui vanto da esibire a visitatori non fugaci e non affannati, è l’esser riusciti a tornare a coltivare le loro famose patate e i loro famosi fagioli, conquistando non ambasciatori e nastri azzurri, ma una piccola nicchia nel mercato ortofrutta. Avrei voluto raccontare di come, andando là a trovare i miei amici, li ho visti indaffarati oltre la loro stanchezza, infangati fino agli occhi, ma sorridenti a ogni pur piccolo successo del loro lavoro, la madonnetta del ponte ritrovata, la botte del vino messa in salvo, perché hanno coscienza che ciò che li può trarre in salvo è solo ciò che di vitale e speranzoso sanno salvare di se stessi dall’alluvione. Avrei voluto raccontare di quella botte di vino che appena risuscitata dal fango è stata offerta ai ragazzi che sono arrivati da Spezia, da Manarola, da Sarzana per dare una mano. Avrei voluto raccontare perché avevo un sacco di buone storie in serbo, perché, perché, perché….
E poi Genova alla radio, i miei amici al telefono, e poi, e poi i morti. I morti annegati nella pioggia, annegati nel cuore della città, nel cuore della vergogna della città più bella d’Europa.
E io non ho più niente da dire perché non c’è più niente che il mio cuore possa ancora provare. Perché tutto quello che c’era da provare, e da dire, io l’ho provato, e l’ho detto, una settimana fa, un anno fa, due anni fa, e tre e quattro e dieci anni fa. E adesso basta, davvero.
Men che meno ho da dire alcunché al sindaco di Genova, che lascio a fare il conto se e quanti morti in più o in meno ci sarebbero stati in città se avesse chiuso le scuole, al presidente della regione, e a qualsiasi altro sindaco o presidente o che. So che non è colpa loro, so bene che è colpa mia. È colpa mia perché, dopo aver visto, e provato, e scritto, per dieci anni tutto quello che ho visto e provato, non ho mai avuto la forza morale di andare a incatenarmi alla porta della Regione, o del Comune, o del Parco. Perché non ho mai avuto il coraggio di sdraiarmi davanti all’automobile di un sindaco o di un presidente; perché non ho mai, mai, sentito il dovere civico di prendere materialmente non metaforicamente, per la collottola uno di loro e strofinargli il muso sulle sue colpe e omissioni. La colpa è mia e non ho scuse; la colpa è nostra, di tutti quelli che hanno visto e provato e non si sono incatenati a niente e non hanno preso per il collo nessuno. La colpa è nostra, di tutto un popolo, il popolo di un Paese che, nonostante le molte disunioni, è ancora capace di unità. Sì, unito, unito nel degrado e nella dissoluzione. Questo popolo una cosa potrebbe ancora farla. Potrebbe prendere i suoi diecimila sindaci e trascinarli a porre l’assedio al consiglio dei ministri. Tenere i ministri in ostaggio fino a che non firmeranno un maxi emendamento alla legge di bilancio che finanzi il risanamento del territorio nazionale sotto la stretta sorveglianza del Fondo Monetario Internazionale, impiegando a salario sindacale alcune decine di migliaia di giovani in buona salute e in cerca di un’occupazione tutt’altro che alienante, ma che farebbe di loro gli eroi della ricostruzione del Paese. Non è forse quel genere di provvedimenti per lo sviluppo che l’Europa ci chiede?
E ancora una cosa. Non ho più niente da dire, ma solo da fare una minaccia, seria, ponderata. Se sento ancora una volta pronunciare l’aggettivo “imprevedibile”, giuro che, chiunque sia, lo vado a cercare per prenderlo a schiaffi. Qualunque cosa mi costi questo estremo atto di dignità personale.
"La donna senza cuore venne, palpitò navigante veleggiante nell'aria e se ne andò. Non lasciò tracce, non ne aveva portate; ad essere sinceri del resto, nulla prima di lei l'aveva pensata o prevista."
Così comincia "Prontuario per la donna senza cuore", il racconto che nel 1987 ha vinto il premio "L'inedito" della rivista L'Espresso e da cui ha preso le mosse l'attività di scrittore di Maggiani.
Piccole storie del mio guardare sbieco.
Forzando età dopo età l’angusto passaggio della mia debole vista, ho imparato che lo sguardo è qualcosa di assai diverso di un semplice atto: è la mano di un mio pensiero che si distende fragile portando con sé la sensualità del tatto, ben al di là del breve territorio del senso che lo ha generato.
È un orizzonte, è un’intenzione, è il sentimento di segni che si disvelano e si confondono nell’universo; tracce di un reale tanto vasto da generare ancora –sempre- meraviglia. Per questo il mio sguardo persiste oltre la semplice visione delle cose. Ed è una fortuna, perché altrimenti l’angolo sbieco da cui vedo la vita mi renderebbe irrimediabilmente ottuso...
Leggi e guarda
Per il decennale uno scambio di lettere di Maggiani con l'allora capo della polizia De Gennaro a cui di intervenire pubblicamente su quanto sucesso a Genova durante il G 8 e - dieci anni dopo - una nuova lettera a De Gennaro e alcuni articoli che raccontano "in presa diretta" quei cinque giorni terribili.
Le lettere a De Gennaro
Lettera al capo della polizia (“Il Secolo XIX”, 19 dicembre 2002)
Lettera di risposta di De Gennaro (“Il Secolo XIX”, 30 dicembre 2002)
Gentile signor De Gennaro… (“Il Secolo XIX”, speciale G8 14 luglio 2011)
La cronaca di quei giorni
Zona Rossa, mercoledì (“Secolo XIX”, 18 luglio 2001)
Zona Rossa, giovedì (“Secolo XIX”, 19 luglio 2001)
Il salvamento del generale Garibaldi nelle terre di Romagna
Un libro e una mostra fotografica lo raccontano.
La mostra inaugura il 1 giugno a Mandriole (RA) nella casa dove morì Anita Garibaldi (fattoria Guiccioli) e lo stesso giorno uscirà il libro al prezzo di 5 euro. Il libro sarà acquistabile solo negli iper, super mercati e librerie Coop.
A partire dalla metà di giugno, la mostra si muoverà all'interno di una grande struttura appositamente creata, nei parcheggi degli Ipercoop e Coop Adriatica secondo un calendario che verrà pubblicato su questo sito.
Leggi l'introduzione al libro e guarda alcune foto
"E' parecchio tempo, ormai, che io vado in giro a raccontare storie... a farlo nell'unico modo che lo so fare, mettendomi lì, davanti a qualcuno, fosse una persona o cento... Io non sono un attore... Sono assolutamente incapace di imparare una parte a memoria o di calarmi..." Maggiani parla del senso dei suoi incontri con il pubblico...

"Finito il rock & roll che mi ha fatto crescere, c'è ancora della musica per farmi vivere, e Alloisio per non farmi rinsecchire"
Musica e parole, Maggiani e Alloisio... riflessioni su un mondo che va scomparendo e sulla bellezza che affiora ovunque, in luoghi, gesti, persone...
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"Sono nato in una famiglia dove l'analfabetismo, che pure era corrente, era visto come una delle peggiori malattie, iatture..."
Maggiani interviene a Vocabolario europeo, un appuntamento del Festivaletteratura di Mantova in cui all'ospite viene affidato il commento di una parola. Maggiani interviene su "castità", un termine forse anche abusato in questi ultimi tempi, cercando di spiegarne il senso profondo.
“Sono arrivato ieri notte, con l’ultimo treno. Non l’ultimo della giornata, l’ultimo della settimana. Ho cercato finché ho potuto di essere ragionevole, equilibrato, adulto, ma alla fine ho ceduto e ho asceso il primo gradino della paranoia: l’ultimo treno, come a Yuma, come a Stalingrado, come a Varsavia: sto entrando in una città che sta per essere chiusa. Mi sono specchiato nello sguardo della gente che è scesa con me: circospetto, impacciato.…”
A nove anni dal G8 di Genova del 2001, la cronaca di quei cinque giorni in Articoli.

Senza entrare nell’incerta questione del rapporto tra lettore e scrittore va detto che quello che per voi è l’inizio, di una lettura, di una storia e quindi di un viaggio, per me ne è la fine. Non tanto e non solo la fine di quello che ho scritto, ma la fine di una parte di me che poi va a sedimentarsi in qualche posto da cui solo a fatica riesco a ripescarla. Prima di un romanzo c’è un’idea o una serie di idee, anzi prima ancora ci sono suggestioni, alcune se ne vanno come sono venute, altre si consolidano nel tempo e possono diventare appunti rielaborati, articoli o racconti. Gran parte di tutto questo viene dimenticato, mentre altre cose diventano strumento di costruzione, così come cominciando una casa si cerca il materiale per il letto delle fondamenta. Alla fine di tutto questo lavoro il più va perso e dimenticato, qualcosa, casualmente o perché ha avuto altri utilizzi, rimane. Forse ha un qualche interesse o soddisfa qualche curiosità consultare ciò che è rimasto. Anche solo per dare una prospettiva a quel che altrimenti sarebbe solo un inizio per voi, una fine per me.
Se ho scritto che it’s all true un motivo ci sarà. Trovatelo qui: tra i progetti, articoli, pensieri, testi editi o inediti che ho camminato negli ultimi 5-6 anni e che mi hanno portato alla “Meccanica”.
Il centro dell’Universo è rigurgito della Terra rappreso in purissimo cristallo. L’Hoggar. Semplicità.” Uno studioso delle migrazioni animali siede sul colle dell’Asekrem, contempla un tramonto stordito di colori e attende il passaggio delle rondini. In quel deserto – povero, essenziale, nudo – si avverte la prossimità alla nuda, utile bellezza dell’esistere, come forse l’aveva sentita il monaco francese – tutti lo ricordano ancora come “le père” – che in quegli stessi luoghi ha lasciato traccia di sé, del suo apostolato, della sua ascesi. In attesa delle rondini il nostro irundologo ha modo di cogliere l’agile sapienza del suo accompagnatore Jibril, di ascoltare il dimah Tighritz, astuto poeta viaggiante, di consumare amore dolcemente mercenario con la berbera Jashmina, di sentire la fastidiosa incongruenza di una giornalista, Marguerite, arrivata per un servizio sul popolo dei tagil. Ma soprattutto, di fronte all’essenzialità del centro dell’Universo, di fronte alla mite saggezza dei tagil egli misura la distanza dal mondo, dal mondo che altrove collassa nello spaventoso disordine della guerra. E così racconta a Jibril altre storie di erranze e migrazioni: dell’orsa Amapola sorpresa nelle foreste della Carnia, dell’armeno Zingirian incontrato nel suo cammino verso la Bosnia, verso la guerra, del principe polacco Péotocky, del popolo dei kubacy, e soprattutto della donna che cammina lungo le strade del mondo con la sua sporta di plastica in mano, di Perfetta che è quella donna raminga ma è anche la donna di cui l’orsa Amapola ha leccato il sangue, e infine dell’assedio della città di Tulsa. Storia dentro la storia, storia orale – antica e modernissima – che letteralmente migra di bocca in bocca, come un racconto narrato intorno al fuoco, Il viaggiatore notturno è un romanzo sulla pietà che l’uomo ha da rendere all’uomo. È un volo, un volo di rondine sulla barbarie di un secolo che non è ancora finito.
Due amanti si trovano regolarmente in un bar ai confini della città. Si guardano, si tengono le mani e sanno che quei pochi gesti, quel luogo, quel sentirsi stranieri sono il confine della loro intesa. Una donna entra nel condominio, è polacca, è sola, è riservata. Guardarla fumare, la sera, sul balcone sembra il massimo di vicinanza che possa concedere. Poi, una volta, la vediamo con un cellulare in mano leggere un messaggio e digitarne un altro: è un messaggio che ha atteso chissà per quanto. Forse la sua vita regge, la sua solitudine ha un senso per quelle parole che arrivano da chissà dove. Una ex moglie lascia gli oggetti (mobili e quant’altro) di una lunga vita in comune sul pianerottolo del narratore: sono oggetti disperati, abbandonati, reliquie sofferenti. Maurizio Maggiani lascia passare il testimone da un io a una terza persona che chiama "l’uomo" raccontando che cos’è l’amore: cerca di spiegarlo a un figlio putativo prossimo alle nozze, a una bambina che gioca nel tinello – ma forse è lei a spiegargli qualcosa –, a una donna che se n’è andata e che gli manca. Di episodio in episodio, viene modellandosi un mondo interiore compromesso dall’amore, dall’assenza dell’amore, dalla meraviglia dell’amore, e su ogni piccolo evento passano le note di una canzone che non è nostalgia ma futuro, che è vertigine e smarrimento. C’è molta musica in questo libro. Ci sono tredici "pezzi", suonati o cantati con la voce limpida di un’emozione che resiste.
“E va bene... Anch’io mi sono fatto il mio sito... I siti a cosa servono? Credo che servano per dare un servizio... Servono certo anche all’amor proprio degli intestatari. Io credo, in cuor mio che il mio amor proprio, che è grande, me lo sfogo da qualche altra parte. La mia idea è stata molto semplice. Ed è questa: io possiedo una quantità di materiale scritto... che a volte è stato letto altre volte no. Ho scoperto di avere molti racconti che non sono stati mai pubblicati... Ecco è stato lì, in archivio, e ora è anche qui, in questo sito. Per chi ha voglia di leggerlo...”.

Per questo sito ho iniziato a fare il lavoro della vedova. Cercare, curiosare, scandagliare, scartabellare, scovare e magari anche riordinare quello che ho fatto negli ultimi 25 anni. Fatto. Diciamo scritto. Che non è la stessa cosa. Ci sono lavori ancora su cartaceo ed altri su floppy che sapienti esperti informatici stanno cercando di salvare. Salvare poi. Salvare da cosa, non c’è un nemico. Il tempo se Dio vuole è fatto anche per cancellare e allora quello che troverete qui è quel che ho pensato di metter a disposizione prima di seppellirlo definitivamente. (foto Moreno Carbone)
Il diario d'agosto di Maggiani. Uscì nell'agosto 1999 su La Stampa su una rubrica intitolata Oblò.
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Ho iniziato con questo pezzo quella che chiamo la mia “tourné risorgimentale” ovverosia gli incontri con chiunque voglia ascoltarmi parlare del mio Risorgimento, di quello che non ho intenzione di farmi depredare dalle celebrazioni e commemorazioni, dai rituali e dagli anniversari. E facendolo mi sono accorto che ci sono molti più ferventi, genuini e sapienti repubblicani di quanto sarebbe lecito attendersi da questi nostri tempi così votati alla monarchia.
E poi ci sono stati gli anni in cui mi imbestialivo ascoltando le segreterie telefoniche, gli anni ’90 direi, quando chiamavi il tuo amico, la tua amante, ragazza, sorella, collega e ti rispondeva un meccanismo infernale che ti inchiodava alla cornetta con un intrattenimento variabile da Beethoven ad una clip dei Blus Brother , da Unphry Bogard a Massimo Boldi; e allora io, a spregio, appena suonava quel tanto agognato bip sbrodolavo lì uno di questi miei minuscoli raccontini da segreteria...